un inno al risveglio della bellezza

racconto teatrale sulla natività ispirato alla lauda del 1400 Ista Laus Pro Nativitate Domini e ai vangeli apocrifi

di e con
Turi Zinna

Musiche originali eseguite dal vivo da Fabio Grasso

Bellezza é l'eternità che si contempla in uno specchio; e noi siamo l'eternità, e noi siamo lo specchio.

Kahlil Gibran

La bellezza esercita su di noi un potere concreto. In sua presenza cambiamo. Ma il potere della bellezza sembra assopito finché non gli rivolgiamo la nostra attenzione. Anche se si tratta di un potere che potrebbe realmente cambiare il mondo, la bellezza resta dormiente fino a che non viene destata. La bellezza si risveglia soltanto quando ne sappiamo riconoscere la presenza. Da questa prospettiva, la bellezza va al di là delle cose che risultano gradevoli allo sguardo. Si tratta di un'esperienza che coinvolge cuore, mente e anima. Il nostro ruolo consiste nel riconoscerla, non nel crearla.
Era di notti è il racconto della natività visto da questa prospettiva.

E’ il racconto della nascita dello «Sguardo» che travolge la nostra natura di esseri condannati all'etica dell’utile per rivelarci la nostra natura divina di creature disarmate, col cuore completamente spalancato, di fronte alla contemplazione della Bellezza. Il pastore che la racconta ci è contemporaneo e, al tempo stesso, è contemporaneo della vicenda che narra, è nel cuore di Giuseppe, si ritrova nel travaglio del parto di Maria, sente nascere il bambino dentro di lui, nasce come un uomo nuovo, un bambino nuovo.

Il personaggio coincide con l’oggetto della narrazione e, quindi , letteralmente, impersona la storia e la mostra sul proprio corpo, sul corpo dell'attore. La Storia lo attraversa e lo conduce in un processo di avvicinamento a un supremo momento di verità, allo svelamento dell’emozione più nascosta, all'estasi di fronte alla nascita dell’Indifeso, che non si protegge dall'amore del mondo.

 

note a margine della presentazione

Avevo pochi anni e nessuna frequentazione teatrale. La mia famiglia proveniva da un piccolo paese dell’entroterra siciliano. Un paese nato da poco più di duecento anni, al tempo in cui il governo spagnolo concedeva titoli e privilegi ai nobili che si fossero fatti promotori della fondazione di un nuovo comune: “Chi fondava un nuovo comune con almeno 80 case” afferma lo storico Renda, “acquisiva il diritto al titolo di principe e ad un posto nel Parlamento siciliano, cioè veniva eletto al ruolo di Grande di Spagna”. Un paese nato burocraticamente, una delle cui contrade è significativamente nominata Isola di Niente. Un paese la cui anima è schizofrenicamente scissa tra due identità: una vocazione da Grande di Spagna e un’altra da Isola di Niente. La promiscuità tra bestie e uomini era la vita quotidiana prevista nel piano urbanistico di quelle ottanta case. Quando sono nato io, nel 1963, in quel paese, la maggior parte delle case era di quella fatta: in molti casi abitavano ancora insieme, nella stessa stanza, animali e uomini, e le famiglie erano allora ancora numerose. L’analfabetismo era diffuso, solo da poco le persone cominciavano a istruirsi con i corsi di Telescuola. Solo da poco le persone cominciavano a sognare stili di vita diversi. O, meglio, solo da poco le persone cominciavano a sognare di realizzare nella storia stili di vita diversi. E cominciarono presto a sognarli sui loro figli. Il 1963 fu, in tutta Italia, l’apice del cosiddetto boom demografico. Bisognava cancellare al più presto l’orrore di quel misero quotidiano. Non si trattava della ricostruzione dai danni provocati dalla tragedia della guerra. Magari la guerra avesse distrutto ogni traccia di quella vita fin lì vissuta! Credo di non sbagliarmi nel pensare che fosse questo il rimpianto inconscio di quei giovani di allora. Non c’era alcun monumento o manufatto da salvare e, negli anni seguenti, piano piano, ma con molta risolutezza, rasero al suolo il loro mondo. Mentre questo succedeva, avevo pochi anni e nessuna frequentazione teatrale, mi ricordo che, insieme ai cantanti della televisione che venivano a fare le serate (allora, ancora, i cantanti della televisione facevano le serate e noi bambini ci accalcavamo sulle scalette del palco per poter almeno sfiorare con una mano quei miti) in occasione della festa del santo patrono, venivano ad esibirsi, in occasione della festa dei partiti (allora i partiti erano qualcosa che coinvolgeva le emozioni più profonde di quelle persone), anche cuntisti, cuntastorie, poeti; personaggi come Ciccio Busacca, Rosa Balistreri, Ignazio Buttitta. Ma la sensazione netta era che quei personaggi stessero per essere rasi al suolo insieme a quelle 80 case. Doveva essere, più o meno, nel momento in cui, se non ricordo male, una di quelle ultime case, nella piazza centrale del paese, stava per essere abbattuta per fare posto a una palazzina con la facciata come la scenografia di Domenica In (sono le parole orgogliose della proprietaria), che Ignazio Buttitta venne per l’ultima volta a recitare le sue straordinarie poesie sul palco di quella stessa piazza. Erano poesie sulla dignità offesa di un popolo. Più precisamente erano la poesia della dignità offesa di un popolo. Erano la rabbia con la quale bisognava rivoltare il mondo: la Balistreri cantava “chì ti lamenti, ma chì ti lamenti, pigghia li bastuni e tira fora li denti”. E quelle persone volevano anche loro il diritto di farsi la casa con la facciata come la scenografia di Domenica In. Era una sera ancora calda il, 24 Settembre del 1980, quella in cui Ignazio Buttitta venne a recitare per l’ultima volta in quel paese . Regalò a mio padre il libro in cui aveva pubblicato la sua riscrittura teatrale de “Lu curtugghiu di li Raunisi”; una vastasata settecentesca, un intreccio farsesco che inscenava la promiscuità e il conflitto, in uno stesso cortile aragonese, tra nobili e vastasi (sottoproletari molto volgari); metaforicamente tra Grandi di Spagna e Isola di Niente, tra uomini e animali. Sulla prima pagina scrisse una dedica disarmante nella sua semplicità: al compagno Robertu/ iù, a cori apertu. Poi, in quel paese, con la comparsa di quella casa con la facciata come la scena di Domenica In nella piazza principale scomparvero le dediche al compagno Robertu, i libri da recitare a cori apertu, le serate in cui si cuntava la poesia della dignità offesa del popolo.

Da allora in poi ho cominciato ad andare a teatro, a fare teatro. Ma quasi niente a teatro ho incontrato che assomigliasse a quel tipo di attori, di poeti, di dolorosi cantanti (la voce di Rosa Balistreri era veramente una voce dolorosa). Quando ho cominciato a fare teatro, faccio l’attore, era appena finita l’ondata rivoluzionaria che fino agli anni settanta aveva travolto la scena mondiale. Era finito il decentramento, non ci si poneva più il problema di rendere vivo, rituale, necessario l’incontro tra scena e platea, non si faceva quasi più il teatro fuori dal teatro. Erano tornati i mattatori. Nelle scuole di teatro si insegnava che il teatro non si può insegnare. Ai provini si incontravano le ragazzine pon pon di Domenica In che, finito il lavoro in televisione, cercavano di fare carriera in teatro; noi giovani attori, che avevamo cominciato a fare teatro, cercavamo di fare carriera tentando di farci invitare a Domenica In. Il numero degli attori iscritti al collocamento era cresciuto a dismisura ma i teatri si erano svuotati. Nelle cantine ci si proponeva, non per essere alternativi al teatro ufficiale, ma perché non si riusciva ad essere scritturati dal teatro ufficiale. Si recitava a teatro come se fosse una sorta di cinema o televisione dal vivo, perché, in fondo, in fondo, era lì che si voleva recitare, al cinema o alla televisione. Ma quel che il cinema e la televisione fanno con la dinamica del montaggio, delle inquadrature e dei movimenti di camera, e cioè il lavoro a livello primario sull’attenzione e sull’emozione fisica dello spettatore era come se gli attori di teatro non sapessero più farlo direttamente modellando la propria presenza. Una domanda serpeggiava nel nostro inconscio e nessuno la esprimeva: Chi è oggi un attore? Cosa deve saper fare uno, oggi, per essere un attore. Nelle nostre scuole di teatro non ce lo avevano detto. A quale tradizione dovevamo agganciarci? Dalle scuole messe su dai mattatori non era venuto fuori nessun mattatore. Dove cercare la risposta? Era come se dietro la nostra faccia, come dietro la facciata della casa come la scenografia di Domenica In, si nascondesse una voce di dolore, come la voce di dolore di Rosa Balistreri. Eravamo il sogno di quelle persone che aspiravano a una vita diversa all’inizio degli anni ’60 ma noi non sapevamo più a quale vita agganciarci. I nostri fratelli maggiori, i sessantottini, avevano smesso ormai di sognare. A quale voce affidare il nostro dolore? C’era da squarciare il velo di quella facciata da Domenica In. Avevo la necessità di riconoscere la casa dove si viveva in promiscuità tra animali e uomini, di non vergognarmi di quello di cui si erano vergognati i miei genitori. Avevo la necessità di riconoscere la mia voce di dolore. E avevo bisogno di tecniche adeguate, perché quella necessità potesse esprimersi. Avevo bisogno di dare un’eco antica alla mia voce di dolore contemporanea. Ho cercato di ricordare nel mio corpo quelle 80 case del mio paese natale e mi sono ritrovato con addosso il respiro di Ignazio Buttitta, mentre veniva cantato da Ciccio Busacca. Nelle orecchie la voce di dolore di Rosa Balistreri. Sentivo il bisogno di quel teatro dialogante, senza quarta parete, che desse spazio a quelle tecniche d’attore cuntista che è stato raso al suolo per far posto alle case da Domenica In. Sentivo il bisogno di un teatro a cori apertu.

Questo spettacolo si colloca dichiaratamente nel solco del teatro di narrazione, e vuole mostrare uno spaccato del lavoro di ricerca a cui negli ultimi vent'anni mi sono applicato: lo svelamento, nel corpo dell’attore, dell’emozione più nascosta. Il personaggio è volutamente tutto interno al racconto alla maniera del monologo classico, coincide con l’oggetto della narrazione e, quindi , letteralmente, impersona la storia e la mostra sul proprio corpo nel momento in cui avviene. E la storia lo attraversa come un processo di avvicinamento a un supremo momento di verità.

Era di Notti, prova ad essere un inno alla nascita della Bellezza. O meglio alla rinascita della Bellezza in ognuno di noi che avviene quando riusciamo miracolosamente a squarciare il velo di quelle facce da Domenica In con le quali abbiamo voluto ristrutturare la nostra umanità.

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