liberamente ispirato all’omonimo racconto
di Turi Salemi
ideazione – Maria Piera Regoli, Turi Zinna, Federico Magnano San Lio
drammaturgia e interpretazione - Turi Zinna
musiche dal vivo e ingegneria del suono – Fabio Grasso e Giancarlo Trimarchi
interattività scena digitale – Luca Pulvirenti / laboratorio Mammasonica
scena – Salvo Pappalardo
disegno luci – Aldo Ciulla
regia – Federico Magnano San Lio

Auto-rinchiuso in uno stanzino da sgombero in compagnia di un alluce in putrefazione e di uno specchio pazzo, un uomo si trasmuta in un foglio di carta assorbente. Rimangono impresse in lui, in modo casuale e sovrapposto, le lettere, i
ghirigori, l’eco, l’ombra delle parole di una storia d’amore mai veramente vissuta. In un’alternanza di esplosioni in pianto e complesse manovre di asciugamento per vicinanza a una lampadina rossastra oscillante a scatti aritmici dal soffitto scrostato, incitato dalla voce di André Breton che lo spinge ad andare fino in fondo al suo percorso di dolorosa trasfigurazione, il povero foglio di cartasciuga si sfalda finché si scinde schizofrenicamente in due parti.
Nel bugigattolo la follia deflagra. Le suppellettili si animano in immaginifiche figurazioni, mentre tutt’intorno sferragliano enormi sfere demolitrici che radono al suolo l’intero quartiere. Quando pure lo sgabuzzino di segregazione rimane abbattuto, i frantumi dell’uomo cartasciuga si ricompongono sul fondo della palla di ferro che dondola impazzita devastando muri, trame, torri, cantieri, ciminiere, insegne.
Nel movimento le fibre del foglio si mutano in una lacrima definitiva che si stacca dal globo e va a posarsi sull’ombelico della donna così tanto desiderata stesa al sole sul terrazzo di fronte.

NOTE

“Soggiornando vicino” è una delle pochissime opere pubblicate di una figura leggendaria e al tempo stesso semisconosciuta del novecento letterario catanese, Turi Salemi. Un poeta. Un jazzista della scrittura. uno scrittore che non ha quasi lasciato tracce di sé. Un poeta siciliano che nessuna letteratura ricorda nemmeno nelle note a margine. Un compositore di parole che non si curava di conservare nulla del suo lavoro. scriveva su supporti improvvisati, tovaglioli, sottobicchieri della birra, nel bloc notes di un amico dentista, quello che viene usato per le prescrizioni mediche, di getto, senza nemmeno una cancellatura, senza correggere nulla. E regalava la sua arte persino a gente che aveva appena conosciuto. prestava le sue poesie e si dimenticava di chiederle indietro. Spesso le perdeva o le bruciava. Un talento assoluto che inventava ciò che non era stato mai detto e lo inventava nel momento stesso in cui lo diceva. Era un convinto assertore che l’atto poetico fosse un dono. Componeva pienamente ispirato come un incantatore di versi. Scriveva in molte lingue. La maggior parte della sua produzione poetica andò dispersa, poiché aveva già assolto al suo
compito, l’essere declamata al momento in cui la si scrive. La sua vita fu un’altalena di fasi depressive e guarigioni, di ricoveri in manicomio (dove gli vennero praticati anche gli elettroshock) e di periodi relativamente tranquilli.
Un catanese dimenticato e non riconosciuto dai catanesi. Simbolo perfetto dell’impermanenza etnea. Un creatore dissipatore distruttore, perfetta metafora del genius loci del territorio di cui era figlio. La sua opera è rimasta disseminata, sparpagliata, nascosta, perduta nel miscuglio informe delle stratificazioni della memoria della città. Morì il 7 gennaio del 1992, alla soglia dei 60 anni, quando venne abbandonato al pronto soccorso dell’ ospedale psichiatrico “garibaldi” di catania per colpa di una polmonite mai curata. A chi, qualche ora più tardi, chiese spiegazioni ai medici venne risposto che non c’era più niente da fare. Ma Gaetano Marcellino, il suo amico più caro, scoprì che Turi era stato legato con le cinghie al letto, che per ripulirlo l’avevano bagnato con un tubo di plastica, che l’ acqua gelida aveva debilitato il suo fisico e che nessun dottore si era preso cura di lui fino al momento di firmare la «constatazione di decesso». Morì come aveva vissuto, Turi Salemi. Da barbone, diseredato, in preda a una lucida follia che gli rovinò l’esistenza ma che regalò versi sublimi quanto sconosciuti.

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