‘U golpe

Turi Zinna

 
 
A cento passi da me casa, in via Etnea, a casa di Pippo Calderone, i capi di cosa nostra sono in riunione.  Sono presenti Luciano LiggioMasino BuscettaTotò Greco CicchitedduOgni tanto arriva Binnu Provenzano col treno da Palermo, sei ore di viaggio, perché non ha i soldi per la macchina e perché non sa guidare. Venti giorni di riunioni a cui partecipano i mafiosi più mafiosi che vanno e vengono da Palermo, Caltanissetta e tante altre province. Venti giorni di riunioni, ma non troppe perché c’è la Coppa del Mondo Rimet 1970, in Messico, e i mafiosi vogliono vedere le partite.
 
A trenta passi dalla parrocchia di Santa Maria della Mercede, dove noi rigiochiamo Italia Svezia, uno a zero, con il goal di Domenghini, che però è Iaffiu, ma noi lo chiamiamo Domenghini, perché il goal lo rifà preciso preciso. Abbiamo sette, otto, nove, dieci anni. A un passo dalla casa di Iaffiu Domenghini, dove suo padre è il portiere. Il portiere del palazzo dove c’è l’appartamento di Pippo Calderone.
 
A zero passi, ‘u golpe.
 
Perché di questo discutono nelle riunioni tra una partita e l’altra, se mandare i picciotti a occupare le prefetture e imporre nuovi prefetti. Così ha proposto a cosa nostra Junio Valerio Borghese attraverso il mafiosissimo Giuseppe Di Cristina, dipendente dell’EMS, l’Ente Minerario Siciliano, cioè l’ENI dell’isola, capo della famiglia di Riesi, in provincia di Caltanissetta.
 
Se a qualcuno verrà in mente di fare resistenza, i mafiosi – che saranno tenuti a portare per l’occasione una fascia di riconoscimento al braccio – lo dovranno immediatamente arrestare.
 
A Pippo Calderone viene un colpo: “Arrestare a chi? Noi, i mafiosi, metterci a fare gli arresti. Nuiautri cose ‘i sbiri ‘un ni facemu! Omicidi, se è il caso, i facemu, ma arresti…
 
È scandalizzato lo zio Pippo, mentre a cento passi, in via Costanzo, a casa mia c’è ospite Maria, la cugina di mio padre, che viene dal paese e si deve fare l’opirazione. Però è contenta Maria, perché suo marito lo stanno assumendo alla nuova raffineria che dovrà sorgere a Marina di Melilli. È una cosa che non è ancora ufficiale. L’onorevole Raciti gli ha promesso il posto. Il fatto è che i Cameli di Genova, da armatori che sono, hanno deciso di convertirsi in raffinatori di petrolio e hanno acquisito una vecchia licenza inutilizzata dagli anni 50; e stanno cercando un posto dove insediarla sta benedetta fabbrica.
 
Il problema è che questa raffineria l’hanno già rifiutata da diverse parti: a Sestri Levante, a Ravenna, a San Vito Lo Capo. Erano lì lì quasi per installarla all’oasi di Vendicari se quei rompicoglioni degli ambientalisti ante litteram non avessero fatto il diavolo a quattro. Il comune di Noto e pure i sindacati la volevano a tutti i costi nel loro territorio perché sarebbe stato lo sviluppo dall’arretratezza così finalmente pure la passscrrrria del basssscrrrocco avrebbe avuto la sua indussssrrriia.
 
Eppure la situazione è in stallo. C’è bisogno almeno di una trentina di autorizzazioni per insediare una raffineria in un’oasi naturale.
 
Cose da pazzi, ripetono i Cameli, l’Italia è veramente sull’orlo di un disastro sociale e politico. Addirittura al governo ci stanno pure i socialisti e il parlamento sta per approvare lo statuto dei lavoratori. Ma dove vogliamo arrivare!
 
Di questo discutono il 12 aprile dell’anno precedente i Cameli con il principe Junio Valerio Borghese a Genova, in una villa a picco sul mare in via Santa Chiara, 39, la casa dell’industriale Guido Canale. Ma dove vogliamo arrivare! È il momento di fare u golpe.
 
Sono rimasti daccordo così i Cameli con Junio Valerio Borghese: loro come armatori metteranno a disposizione, non appena arriverà l’ora x, le loro navi per il trasbordo alle Eolie e in Sardegna degli avversari politici rastrellati dai mafiosi e dai carabinieri golpisti.
 
Così dicono i Cameli proprio in questi giorni che Maria aspetta di farsi l’opirazione a casa mia e la situazione per la costruzione della raffineria è in stallo.
 
Poi Cameli viene a parlare con l’assessore Raciti e con tutti i politici dell’arco costituzionale siciliano e in meno di cento giorni ottiene tutti i nulla osta che servono per costruire questa raffineria a Marina di Melilli.
 
Il problema è che a Marina di Melilli, dove deve sorgere questa mega raffineria, c’è… Marina di Melilli; le case di Marina di Melilli, i bambini di Marina di Melilli, le donne incinte di Marina di Melilli; i vecchi di Marina di Melilli… E poi c’è la legge che vieta assolutamente di costruire impianti inquinanti a ridosso dei centri abitati.
 
Questa raffineria è proprio un abuso.
 
Cose da pazzi! – pensano i Cameli. Ma dove vogliamo arrivare, vogliamo fare come in Cile che è diventato uno stato comunista?
 
E allora ci pensa Raciti e tutto il consiglio d’amministrazione dell’Area di Sviluppo Industriale di Siracusa che approva una variante del piano regolatore rendendo legittima la raffineria e trasforma in abusivo l’intero paese di Marina di Melilli che deve a questo punto essere raso al suolo.
 
U golpe, pensano gli abitanti del paesino della costa ionica che non sanno dove caspita saranno costretti a trasferirsi.
 
Finalmente, pensa Maria mentre aspetta a casa mia di farsi l’opirazione.
 
Poi si trova il foglio con le cifre che Cameli e il suo socio Garrone hanno pagato a Raciti e a tutto l’arco costituzionale siciliano, compresi i comunisti, per fare u golpe a Marina di Melilli.
 
Compreso l’Ora, il glorioso giornale di Palermo dove lavora Mauro De Mauro. Che nei giorni de u golpe a cento passi da me casa intervista Graziano Verzotto, plenipotenziario democristiano a Catania e nel siracusano fin dal dopoguerra, potentissimo presidente dell’EMS, l’ENI siciliana, compare d’anello insieme allo zio Pippo Calderone del suo dipendente mafiosissimo Giuseppe Di Cristina. Lo intervista perché in questi mesi, in Italia e in Sicilia, si sta giocando la partita del petrolio, che significa ‘u golpe mondiale, e un pezzo de ‘u golpe mondiale si sta giocando a cento passi da me casa, nello stesso porticato dove Iaffio Domenghini rifà il goal di Italia Svezia preciso preciso.
 
De Mauro lavora in questi giorni per Verzotto e lo aiuta nella sua battaglia contro Cefis, il quale si oppone alla realizzazione del metanodotto che dovrebbe congiungere la Sicilia all’Algeria.
 
Verzotto riferisce al magistrato Calìa, che riapre il caso dell’attentato a Enrico Mattei, che l’Eni, presieduto da Cefis, si oppose alla realizzazione del metanodotto progettato dall’Ente Minerario Siciliano anche allo scopo di non perdere il monopolio sul metano.
 
Il metano definito come la Zecca dell’Eni, era infatti un imponente strumento di autofinanziamento per l’ente petrolifero nazionale e, quindi, di raccolta di risorse per il finanziamento della politica”.
 
Per di più, in questi stessi mesi d’estate 1970 Mauro De Mauro indaga sulla morte di Mattei per conto di Francesco Rosi che sta per realizzare il suo celeberrimo film. A una sua amica incontrata in questi giorni, De Mauro dice di essere sul punto di rivelare qualcosa in grado di far saltare l’Italia.
 
Anche in questo caso la fonte di Mauro De Mauro è il senatore Graziano Verzotto che soltanto all’ultimo momento aveva declinato l’invito di Enrico Mattei di accompagnarlo nel suo ultimo volo che avrebbe portato il suo Morane Saulnier ad esplodere sui cieli di Bascapé.
 
Il Morane Saulnier manomesso all’aeroporto catanese di Fontanarossa. Da chi?
 
Pare che tutto il mondo avesse interesse che quell’aereo saltasse in aria e quell’attentato avrebbe potuto essere organizzato ovunque. Ma fu a Catania che venne piazzato l’esplosivo in un vano dietro la cloche.
 
E’ stato necessario eludere sorveglianza, distrarre il pilota, camuffare assassini per ufficiali dell’aeronautica. C’è stato bisogno di un buon controllo del territorio. E a Catania il territorio lo controllava cosa nostra della famiglia del co-compare d’anello del senatore Verzotto al matrimonio di Di Cristina, lo zio Pippo Calderone.
 
Il co-compare senatore Verzotto portò in giro per Catania il pilota di Mattei.
 
Di Cristina, da molti, venne accusato di aver organizzato la manomissione dell’aereo.
 
De Mauro venne fatto sparire dai mafiosi di cosa nostra riuniti per discutere de “u golpe” a cento passi da me casa.
 

Poi, dopo la morte bianca di De Mauro, due mesi dopo, a settembre, viene trovato un foglio dentro un cassetto chiuso della sua scrivania a l’Ora con un appunto manoscritto: golpe continuato.

 
Il marito della cugina Maria, ammalato di tumore ai polmoni per l’inquinamento dovuto al lavoro alla raffineria, muore nel 1985 a bordo dell’ambulanza rimasta bloccata nell’immenso ingorgo causato dal panico della popolazione di Augusta, Melilli e Priolo per lo scoppio di un’altra raffineria, l’Icam. Migliaia, migliaia e migliaia di persone si riversano nelle strade per paura di una nube tossica dopo aver visto le fiamme arrivare a seicento metri d’altezza.
 
Una donna alla guida di una Mercedes muore d’infarto sul ponte di Augusta. L’unico che collega alla terraferma. E blocca in una galera, possibile camera a gas a cielo aperto, gli abitanti dell’isola in fuga.
 
È la sorella di Raciti, il presidente della Regione che ha preso i soldi per fare u golpe di Marina di Melilli.
 
Sull’ambulanza imprigionata dalla sorella di Raciti, muore il marito della cugina Maria.
 
Io ho poco più di vent’anni e non capisco perché mi trovo nel cuore dell’apocalisse.
 
P.S. : non tutto è vero in questo racconto. Il marito della cugina Maria me lo sono inventato. Il morto nell’ambulanza non è lui.

Share This