Rimanemmo fissati, Silvia ed io, dentro quell’urlo muto in cui si fermò ogni cosa. Con gli occhi spalancati e nuovi guardavamo la pistola di un killer accanto a noi, che era appena sceso da una mercedes gialla dentro la quale si scorgeva la faccia anch’essa ferma e fissata in una maschera di un ragazzo che doveva avere più o meno la nostra età. Il killer, noi ancora non lo sapevamo, si chiamava Aldo, Aldo Ercolano. Era il nipote di Nitto Santapaola e anche il suo braccio destro. Ma in quel momento il suo braccio destro era disteso e fermo, fissato nel gesto dell’uccidere… un giornalista, uno scrittore catanese. Non c’è neanche bisogno di dire il nome. Tutto fissato, come in un presepe. Tutto pietrificato. Tutto e tutti. Tutto e tutti, tranne Pippo Fava che scese dalla Renault cinque che stava parcheggiando… e venne verso di noi. La pioggia continuava a cadere, ma come se fosse lontana. Non so spiegare… con la consistenza di un silenzio. Con la consistenza di quel silenzio irreale che si crea quando… quando nevica. Venne verso di noi e ci guardò. Ci guardò con una delicatezza terribile e infinita, ci guardò fissati in quello sguardo. In silenzio. Poi, quando gli parve che la pausa fosse quella esatta, né prima, né dopo, disse:
Carusi, voi non sapete quanto mi ‘unchia la minchia a farimi ammazzari accussì.

Catania è una città di inizi. Orientale, nel senso della vocazione al sorgere e a far sorgere. Non conosce tramonti. Se li lascia alle spalle. Semplicemente non li vede. Escono dalla sua consapevolezza. Dal suo campo d’esperienza. Non è Palermo, sontuosa, struggente nella decadenza. Meno che mai è Roma, eterna, ridondante di vestigia. Catania non conosce vecchiaia.

La commistione tra Kατάvη e Hack è il fil rouge che lega tra loro i quattro spettacoli, ideati per drammaturgie virtuali in impianti scenici tridimensionali, del progetto Kthack: Tifeo, De Cinere, Soggiornando Vicino e Non si vive nemmeno una volta. Da una parte, il territorio etneo e la città che siede sulle sue falde, per […]