
Sopravvivere al realismo culturale
C’è qualcosa di profondamente sintomatico nel fatto che l’espressione più comune per descrivere il rischio artistico oggi sia diventata investimento. Il linguaggio del capitale ha colonizzato l’immaginario stesso della creazione. Non si parla di possibilità, di slanci, di tentativi che potrebbero fallire splendidamente, si parla di rendimenti attesi, di output, di impatto misurabile. Anche la cultura sperimentale, anche il teatro che si vuole radicale, ha imparato a presentarsi secondo le categorie che il mercato comprende. Questa è la forma più sottile e pervasiva di ciò che potremmo chiamare realismo culturale: non la censura esplicita dell’esperimento, l’incapacità collettiva di immaginare che l’esperimento possa avere un valore al di fuori della sua convertibilità in prodotto o merce.
Area Protetta di Coltivazioni Poetiche nasce come risposta strutturale a questa condizione.
Il nome è già un atto politico.
Protetta : non perché qualcuno ci minacci dall’esterno con divieti e interdizioni, perché la minaccia opera dall’interno dei meccanismi di finanziamento, di valutazione, di legittimazione istituzionale. Un progetto che non sa ancora cosa diventerà, che non ha ancora una forma riconoscibile, che abita il tempo dell’incertezza produttiva: questo progetto non trova spazio nelle logiche di rendicontazione che governano la produzione culturale contemporanea. Viene semplicemente espulso, nel silenzio dell’indifferenza burocratica.
Coltivazioni : perché il modello agricolo porta con sé una temporalità che il modello industriale ha sistematicamente cancellato. Le coltivazioni hanno stagioni. Hanno periodi di latenza che non si possono accelerare. Richiedono la presenza di chi sa stare nell’attesa senza leggerla come spreco.
Poetiche : perché la poesia (nel senso greco di poiesis, del fare che trasforma, non quella beneamata della cartolina pro turismo) è la categoria residuale per eccellenza del capitalismo avanzato. Ciò che non produce valore di scambio, ciò che eccede la funzione, ciò che insiste sull’essere anche quando potrebbe smettere. Proprio per questo è necessaria.
Retablo conosce bene questa condizione. Dal 1989 opera in quello spazio di frontiera dove il teatro incontra le tecnologie digitali non per esaltarle acriticamente, non per amplificare la logica delle piattaforme che le governano; al contrario, per abitarle con la consapevolezza critica di chi sa che il visore di Meta e lo spazio scenico rispondono a cosmologie profondamente diverse. Viviamo in un’epoca in cui la mediazione digitale non si limita a rappresentare il reale, lo sostituisce, lo ridefinisce, e lo fa secondo logiche estrattive che non hanno nulla di neutro.
L’Area Protetta di Coltivazioni Poetiche emerge da questa consapevolezza come spazio in cui i progetti che interrogano criticamente il presente, senza sapere ancora come, senza avere ancora le parole giuste per farlo, possono sopravvivere abbastanza a lungo da trovare la propria forma.
Fisher scriveva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Qualcosa di simile vale per la cultura istituzionale: è più facile immaginare la fine del teatro che immaginare un teatro che non debba giustificare la propria esistenza in termini di pubblici raggiunti e indicatori di performance. L’Area Protetta di Coltivazioni Poetiche è un dispositivo che crea, dentro l’esistente, una zona temporaneamente sottratta alla logica del rendimento immediato.
I progetti che entrano nell’Area non vengono selezionati perché sono già promettenti nel senso in cui il mercato intende questa parola. Vengono accolti perché portano dentro di sé una domanda che non sa ancora rispondersi, un’inquietudine che non si è ancora tradotta in linguaggio, una dissomiglianza che il sistema tende a leggere come errore. Retablo la legge come risorsa.
Il lavoro dell’Area si articola in tre fasi che non seguono una progressione lineare, non compongono una narrativa del successo progressivo.
Germoglio è il momento più vulnerabile e più importante: l’idea nell’embrione, prima che diventi progetto, prima che acquisisca il nome che la rende vendibile. Residenze brevi, scritture preliminari, conversazioni tra artisti che non sanno ancora dove stanno andando.
Crescita è il tempo dello sviluppo del prototipo, con il supporto metodologico e tecnologico che Retablo ha costruito in trentasette anni di sperimentazione radicale.
Fioritura è la condivisione pubblica del processo, della ricerca ancora aperta. Il pubblico entra nel laboratorio dove si sta generando l’organismo artistico. La trasparenza del percorso è parte dell’opera. Chi guarda partecipa a un’interrogazione collettiva sul possibile. Se si paga un biglietto non è per consumare un prodotto, è per sostenere la condivisione di una genesi.
L’Area Protetta di Coltivazioni Poetiche vive dentro Dreamaturgy Zone, il progetto curatoriale con cui Retablo rifertilizza il terreno sociale di territori che la geografia culturale dominante continua a considerare periferici: le periferie che il capitale abbandona e che l’arte può scegliere di abitare. Ogni edizione di D.e-Mo potrà attingere all’Area come al luogo in cui i controfuturi, per usare il titolo dell’ultima edizione, vengono immaginati prima di essere mostrati.
Il realismo culturale ci dice che non c’è alternativa al modo in cui la cultura viene già prodotta. L’Area Protetta di Coltivazioni Poetiche è la scommessa ostinata che questa frase sia falsa.